Il grosso problema della plastica

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Qual è la situazione del riciclo della plastica? Conviene riciclare? Cosa possiamo fare per migliorare la situazione?
Un riassunto critico sulla gestione della plastica di oggi.

 

Il grosso problema della plastica

 

Qual è la situazione del riciclo della plastica? Conviene riciclare? Cosa possiamo fare per migliorare la situazione?

Un riassunto critico sulla gestione della plastica di oggi

Con i nostri mezzi riusciamo a riciclare solo una piccola parte della plastica che viene immessa sul mercato globale, con processi costosi e complessi: e l’idea che basti differenziare i rifiuti ci spinge a usarla senza troppe preoccupazioni, col risultato che gran parte di essa finisce negli oceani (circa 8,8 milioni di tonnellate l’anno). 
Successivamente per naturale erosione si frammenta in microplastiche che finiscono negli organismi acquatici e, seguendo la catena alimentare, in tutti gli animali che si ciberanno di essi, compreso l’uomo (uno studio del WWF afferma che ogni persona mangia in media l’equivalente di una carta di credito a settimana). 
Si stima che entro il 2050 negli oceani del mondo ci sarà più peso in plastica che in pesci.



Produzione in aumento

Con la pandemia di COVID-19 è stata generata un’imprevista e spropositata quantità di rifiuti di plastica, i numeri a livello mondiale sono ancora incerti e vari, ma più di un dato indica che l’utilizzo della plastica è aumentato enormemente dall’inizio dell’anno 2020. 

Secondo il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, al tempo del picco dell’epidemia la città di Wuhan produceva 240 tonnellate di rifiuti sanitari al giorno, contro le 40 tonnellate prodotte in circostanze normali.

A Singapore, secondo un sondaggio citato dal Los Angeles Times, nelle otto settimane del primo lockdown, tra aprile e maggio 2020, i cittadini hanno buttato nella spazzatura 1.470 tonnellate di rifiuti plastici in più rispetto al solito, principalmente a causa dell’aumento degli imballaggi e delle consegne a domicilio che fanno largo uso di contenitori usa e getta. 

Il Thailand Environment Institute ha stimato che a Bangkok ad aprile 2020 si sia consumato il 62 per cento di plastica in più di quanto fatto nello stesso mese dell’anno precedente.

Negli Stati Uniti il governatore della California, Gavin Newsom, ha sospeso temporaneamente il divieto all’utilizzo di buste di plastica usa e getta.

 

La diffusione su così larga scala di tutta questa plastica è un problema importante, perché nonostante il successo delle iniziative per la raccolta differenziata in gran parte dei paesi più ricchi “il riciclo della plastica continua a essere un’attività economicamente marginale”, come ha scritto nel settembre del 2018 l’OCSE in un rapporto in cui si legge che a livello mondiale la quantità di plastica riciclata corrisponde al 14-18 per cento del totale. 

Il resto della plastica finisce in inceneritori e termovalorizzatori (24 per cento) oppure è lasciato nelle discariche o disperso nell’ambiente (58-62 per cento), con le gravissime conseguenze di inquinamento che ne derivano.

Nell’area UE le cose vanno leggermente meglio – si riesce a riciclare circa il 20 per cento della plastica – mentre negli Stati Uniti, purtroppo poco più del 10 per cento. I risultati del riciclo della plastica sono miseri soprattutto se messi a confronto con quelli di altri materiali: sia i principali metalli industriali (ferro, alluminio, rame) sia la carta hanno tassi di riciclo che superano il 50 per cento.

 

Con risultati di così scarsa rilevanza, comunque migliorati relativamente poco nel tempo, in molti hanno cominciato a pensare che il riciclo della plastica sia un’attività poco efficace se non superflua, arrivando addirittura a definirla “autoassolutoria”. 

Nel settembre 2020 il sito di NPR, rispettata emittente radiofonica statunitense, ha pubblicato un’inchiesta in cui, rifacendosi a documenti d’archivio e intervistando alcune persone coinvolte, sostiene che le grandi compagnie del petrolio abbiano finanziato negli ultimi decenni tutte le maggiori campagne per il riciclo della plastica perché, anche se riciclare di per sé è poco efficace.

L’ex presidente di un gruppo che rappresenta gli interessi dell’industria della plastica negli Stati Uniti ha detto alla giornalista Laura Sullivan: “Se il grande pubblico pensa che il riciclo funziona allora non si preoccuperà per l’ambiente”, quindi continuerà a usare la plastica senza troppe remore, convinto che pochi accorgimenti basteranno a limitare danni altrimenti enormi.

 

Lo scetticismo nei confronti del riciclo della plastica è largamente diffuso. “Il riciclo della plastica è un mito”, titolava il Guardian ad agosto del 2019; “Il riciclo della plastica non funziona”, titolava Mother Jones nel maggio del 2020; “Il riciclo della plastica sta fallendo”, scriveva Cnbc ad agosto dello stesso anno. Nel settembre 2020 Politico Europe ha titolato che “Il riciclo sta uccidendo il pianeta”, riferendosi a tutto il riciclo, non soltanto quello della plastica.

Per comprendere se riciclare la plastica abbia davvero senso, bisogna partire da come la si ricicla, e dai motivi per cui se ne riesca a riciclare così poca. Il punto fondamentale è che c’è una differenza enorme tra recupero e raccolta da una parte e riutilizzo e riciclo dall’altra. 

Gettare un rifiuto di plastica nel bidone della raccolta differenziata è soltanto l’inizio di un processo molto lungo e complesso, che nella maggior parte dei casi non si concluderà con il riciclo del rifiuto.

In Italia, per esempio, i livelli di raccolta e recupero dei rifiuti sono elevati. Nel 2018 si è raccolto in modo differenziato il 58,1 per cento dei rifiuti urbani a livello nazionale, e in alcune regioni come l’Emilia-Romagna e la Lombardia il dato superava addirittura il 70 per cento. Ma nonostante questi risultati ottimi, il tasso di riciclo e riutilizzo della plastica è rimasto molto basso.

Secondo uno studio dell’Ispra, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, soltanto il 30% della plastica raccolta in Italia è riciclata. Un altro 40% viene bruciato in termovalorizzatori o inceneritori, e il resto finisce in discarica. Si ricicla così poca plastica principalmente perché il metodo di riciclo più diffuso, il riciclo meccanico, è complesso, costoso e non funziona bene per tutti i tipi di materiale raccolto.

Tuttavia, questo non significa che dobbiamo rinunciare e smantellare le filiere del riciclo, per poi gettare tutta la plastica nella raccolta indifferenziata. Una parte della plastica viene comunque riciclata, e gli effetti positivi per l’ambiente e per l’economia sono tangibili, ma separare la plastica dagli altri rifiuti non dovrebbe illuderci di aver contribuito al massimo delle nostre possibilità per la salvaguardia del pianeta.

 

Il riciclo meccanico

La maggioranza della plastica riciclata in tutto il mondo passa per un processo di recupero meccanico. Questo avviene in diverse fasi, che sono spiegate molto bene in uno studio fatto nel 2017 da ricercatori del Belgio  titolato “Mechanical and chemical recycling of solid plastic waste”. 

Il riciclo meccanico prevede che la plastica venga selezionata, lavata e poi sminuzzata da una macchina in scagliette finissime chiamate flakes. Questi frammenti sono poi trasformati in granuli, che sono più facili da riutilizzare ed essere trasformati a loro volta in nuovi oggetti di plastica. Ciascuna di queste fasi, però, è complicata e presenta non pochi problemi.

 

La plastica va raccolta

A seconda di come si effettua la raccolta differenziata – e a seconda di come le amministrazioni cittadine dividono i rifiuti – cambia il modo di riciclare. 

Nei paesi europei, per esempio, l’UE ha dato la priorità agli imballaggi di plastica. La Commissione Europea ha approvato una direttiva aggiornata nel 2018 che fissa obiettivi ambiziosi per la raccolta e il riciclo degli imballaggi (entro il 2025 il 50 per cento di quelli di plastica dovrà essere riciclato) e stabilisce la creazione di incentivi economici.

Grazie alla direttiva, integrata dalla legislazione nazionale, in Italia la raccolta degli imballaggi ha un percorso di valorizzazione ben definito e genera un corrispettivo economico per le amministrazioni locali, le quali ricevono un contributo ambientale a seconda della purezza degli imballaggi di plastica che raccolgono. 

Questo significa che in Italia il riciclo degli imballaggi è efficiente: secondo dati del Conai, il Consorzio Nazionale Imballaggi, il 46% di quelli in plastica è riciclato – manca poco agli obiettivi europei. 

Il problema è che per tutti gli altri rifiuti in plastica non è previsto il riciclaggio, spesso perchè non è tecnologicamente realizzabile. I comuni spingono quindi per la raccolta differenziata dei soli imballaggi e moltissima della plastica restante finisce nell’indifferenziato: circa il 15% dei rifiuti urbani indifferenziati è costituito da materiali plastici, che hanno molte meno possibilità di essere riciclati, mentre sono il componente più energetico dei rifiuti se questi vengono bruciati nei termovalorizzatori.

 

La plastica va selezionata

Plastica è un termine vago che comprende al proprio interno un’ampia varietà di materiali, spesso molto differenti tra loro. Gli oggetti di plastica che buttiamo nella spazzatura non sono fatti tutti con lo stesso materiale e non si possono riciclare tutti allo stesso modo. Quando arrivano nell’impianto di riciclo, i rifiuti plastici devono per prima cosa essere separati gli uni dagli altri. Il materiale raccolto può essere selezionato sulla base di vari criteri, come la forma, la densità, la dimensione, il colore o la composizione chimica. Quest’ultima è la caratteristica più importante perché ciascun oggetto di plastica è prodotto con un polimero diverso, cioè con una macromolecola sintetica, o con un mix di polimeri, e non tutti possono essere riciclati assieme e con la stessa facilità.

Esiste una moltitudine di metodi meccanici e automatici per selezionare e separare i vari rifiuti di plastica, alcuni dei quali si fanno all’inizio del processo e altri alla fine quindi dopo la macinatura. In alcuni casi è usato un getto d’aria per separare i materiali più leggeri da quelli più pesanti, in altri si usa un sistema di separazione per “flottazione” in acqua per distinguere i materiali più densi che vanno a fondo da quelli che galleggiano, in altri ancora si usano i raggi X, e così via.

Certi materiali sono più facili di altri da selezionare: per esempio il polietilene tereftalato – cioè il PET, la plastica di cui è fatta la maggior parte bottiglie d’acqua minerale – è uno dei polimeri con tasso di riciclo più alto perché è facile da separare e da processare. I metodi di separazione più raffinati richiedono anche l’intervento manuale di persone che, dopo la prima scrematura fatta dai macchinari, dividono le bottiglie di latte dai vasetti dello yogurt e da altri rifiuti simili. Ma, a conti fatti, rimane quasi impossibile fare una separazione perfetta, e il recupero non è mai totale. Se i materiali non sono separati in maniera corretta, o non sono separabili tra loro, vengono macinati assieme in quello che è chiamato in gergo tecnico “plasmix”, cioè vari polimeri mischiati che sono molto difficili da riutilizzare oppure che vengono irrimediabilmente scartati. Il risultato è che una parte non trascurabile della plastica raccolta con spese e fatica per essere riciclata non è poi selezionata come adatta al riciclo.

 

La plastica è spesso impura

La maggior parte dei rifiuti di plastica che gettiamo nella spazzatura proviene dagli imballaggi e per questo sono quasi sempre contaminati da sostanze organiche (il cibo) e da sostanze inorganiche non polimeriche (tutto quello che non è plastica, come per esempio la carta o la colla dell’etichetta sulle bottigliette d’acqua). I rifiuti plastici, prima o dopo il processo di selezione, vengono lavati meccanicamente più di una volta, ma spesso capita che siano troppo contaminati e che alla fine risulti difficile se non impossibile portare a termine il processo di riciclo.

 

La plastica riciclata non è quasi mai come quella vergine

La carta e il vetro riciclati, se sono lavorati per bene, sono quasi indistinguibili da quelli vergini: un quaderno può essere riciclato in un nuovo quaderno. Al contrario un fustino del detersivo non è praticamente mai riciclato in un altro fustino del detersivo. In inglese si dice che la plastica non è “recycled”, ma “downcycled”, perché il risultato del processo sarà quasi sempre qualcosa di meno pregiato e quindi meno appetibile dal punto di vista commerciale.

Questo calo qualitativo è causato principalmente da due fattori: il primo è che il recupero meccanico della plastica non produce mai un polimero puro, ma un mix di polimeri diversi che crea materiali meno pregiati per caratteristiche funzionali (è meno flessibile, meno resistente al calore) o anche per caratteristiche estetiche (è meno lucido, più difficile da levigare). Il secondo fattore che incide sulla degradazione riguarda il processo stesso di riciclo, che in alcuni casi tritura e in altri scalda i polimeri. In questo caso si parla di degradazione termomeccanica

Va detto inoltre che anche i polimeri più puri e meglio lavorabili non sono riciclabili al 100 per cento e, nel migliore dei casi, hanno pochi cicli di vita (spesso due soltanto) prima di dover essere smaltiti perché definitivamente inutilizzabili. 

Un altro dei grandi problemi della plastica, infatti, è che non può essere riciclata all’infinito.

 

Non vi è un vero incentivo economico

Il recupero meccanico della plastica è complesso, richiede manodopera umana e macchinari, e in definitiva restituisce un prodotto di qualità quasi sempre inferiore a quello creato con plastica vergine. Per questo, il riciclo della plastica è un business poco sostenibile e potenzialmente in perdita se si escludono incentivi e sgravi pubblici. Come ha scritto il Guardian, alla fine del 2019, con il prezzo del petrolio molto basso, per la prima volta nella storia il prezzo sul mercato delle scagliette di plastica riciclata (flakes) ha superato quello della plastica vergine.

 

Spediamo la plastica in giro per il mondo

 

La poca convenienza economica del riciclare plastica è diventata lampante a partire dal 2018. Prima di allora, il 70 per cento circa dei rifiuti plastici del mondo, in gran parte prodotto in Europa e Nordamerica, era raccolto, imbarcato su navi cargo e spedito in Cina: l’intero processo risultava economicamente più conveniente che riciclare la plastica in loco. 

Il riciclo della maggior parte della plastica del mondo era dunque affidato alla Cina, purtroppo in realtà non avveniva affatto: molti rifiuti venivano abbandonati in discariche o dispersi nell’ambiente.

A partire dal gennaio 2018, però, il governo cinese ha approvato regole più severe, ha vietato l’importazione di 24 tipi di materiali e ha imposto che i rifiuti fossero contaminati al massimo per lo 0,5 %. In questo modo, l’invio in Cina di rifiuti di plastica ha subito un duro arresto e le filiere del riciclo in Europa e Stati Uniti sono andate in crisi. 

Successivamente la Thailandia, il Vietnam, l’India e la Malesia hanno cominciato ad accettare la plastica di cui la Cina non si voleva più occupare, ma è stata una cosa di breve durata in quanto anche loro hanno dovuto applicare regole più stringenti dopo aver avuto gravi problemi di inquinamento ambientale. 

A marzo del 2019, poco dopo le nuove regole cinesi, il New York Times raccontava che molte grandi città americane avevano già rinunciato del tutto al riciclo della plastica. A Memphis i rifiuti erano mandati direttamente in discarica, a Philadelphia venivano bruciati nei termovalorizzatori perché, scriveva il giornale, “i costi” erano “saliti alle stelle”.

 

Il costo ambientale

L’argomento principale contro chi dice che riciclare la plastica costa troppo è che spesso chi fa i conti non riesce a guardare oltre il proprio bilancio. La plastica riciclata infatti costa di più della plastica vergine se si tiene conto unicamente del processo di produzione, ma appena si discosta un po’ lo sguardo dal solo processo di riciclo le cose cambiano. 

«Il costo ambientale non è mai internalizzato», dice Valeria Frittelloni, responsabile del Centro Nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare dell’Ispra. 

Secondo uno studio del 2019 uscito sul Marine Pollution Bulletin, inquinare gli oceani con la plastica ci è costato finora almeno 2.500 miliardi di dollari in mancato sfruttamento delle risorse economiche date dal mare: pesca, turismo, acquacoltura – e questo senza contare gli eventuali costi di bonifica, che uno studio di Deloitte ha stimato in decine di miliardi di dollari all’anno e che sono in continuo aumento.

 

La speranza nel riciclo chimico

Molti analisti ed esperti del settore sperano che i problemi, le inefficienze e i limiti del riciclo meccanico della plastica potranno essere superati grazie al riciclo chimico o molecolare, una tecnica di cui si parla ormai da qualche anno ma che non è ancora stata applicata su larga scala. 

Il riciclo chimico è un processo di “depolimerizzazione”, che in poche parole significa: i materiali vengono scomposti chimicamente nei loro elementi più semplici per poi essere riutilizzati.

La tecnica più usata è la pirolisi, che usando il calore scinde i legami chimici della plastica per generare un materiale liquido che può essere usato per produrre nuovo materiale vergine. Questo farebbe sperare che gran parte della plastica possa essere recuperata al 100%. 

Per ora, tuttavia, il riciclo chimico è molto costoso e alcuni ricercatori sono scettici al riguardo perché i processi di pirolisi potrebbero rilasciare nell’ambiente tossine e altre sostanze tossiche. Secondo l’industria, invece, il recupero chimico porterà i tassi del riciclo della plastica ai livelli di altri materiali come la carta e i metalli.

 

Cosa fare quindi?

Una prima e più semplice soluzione sarebbe quella di ridurre l’utilizzo di plastica che facciamo nella vita quotidiana, ad esempio prediligendo l’utilizzo di bottiglie e altri contenitori in vetro per gli alimenti e acquistare le ricariche per i detersivi. Possiamo prediligere i prodotti che fanno uso di bioplastiche biodegradabili (ci sono anche bioplastiche non biodegradabili) per il loro confezionamento. E soprattutto dobbiamo continuare a riciclare la plastica di cui non possiamo fare a meno, facendo particolare attenzione durante il processo di differenziazione, così da non mescolare tra loro plastiche che finirebbero per contaminarsi a vicenda.

Queste sono alcune semplici azioni concrete che possiamo svolgere in autonomia per salvaguardare il nostro bellissimo pianeta!