Il blocco si rompe: Russia e Cina sfidano Trump nello Stretto di Hormuz
Quello che fino a pochi mesi fa veniva considerato impensabile è accaduto davvero. Russia e Cina hanno inviato le loro navi da guerra più avanzate per scortare le petroliere in uscita dal Golfo Persico, rompendo di fatto il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, uno dei punti più sensibili e strategici del pianeta.
Per dare la misura dell’evento basta un aneddoto: negli ambienti militari si ricorda spesso che già nel 1988, durante l’Operazione Praying Mantis, una sola dimostrazione di forza americana fu sufficiente a paralizzare l’Iran. Oggi, per la prima volta dalla fine della Guerra Fredda, la US Navy non è l’unica forza in grado di dettare le regole in quello stretto.
Le unità russe e cinesi non si sono limitate a una presenza simbolica. Hanno schierato cacciatorpediniere e fregate dotate di sistemi missilistici avanzati, radar di ultima generazione e capacità di guerra elettronica, accompagnando le navi cisterna come avviene nei teatri di guerra veri e propri. Un messaggio chiaro, pensato tanto per Washington quanto per i mercati energetici.
La domanda che torna nei corridoi della Casa Bianca
Secondo fonti diplomatiche, nei corridoi della Casa Bianca circola una domanda brutale, quasi imbarazzante nella sua semplicità:
che cosa può fare Donald Trump contro due potenze nucleari come Russia e Cina che operano insieme?
Un ex ufficiale della Marina statunitense, intervistato in forma anonima, ha raccontato che nei briefing riservati “il problema non è militare, è politico: ogni mossa rischia di trasformare uno scontro navale in una crisi globale”. La risposta, finora, sembra essere stata una sola: il silenzio.
Un silenzio che pesa più di molte dichiarazioni.
La fine dell’egemonia navale unilaterale
Dal punto di vista tattico siamo di fronte a qualcosa di storico. Per decenni, il controllo degli stretti marittimi — Hormuz, Malacca, Bab el‑Mandeb — è stato un monopolio de facto dell’Occidente. Oggi quel monopolio mostra crepe evidenti.
Scortando le petroliere, Mosca e Pechino stanno applicando una dottrina che in ambienti militari viene definita “libero transito protetto”: non si tratta di sfidare direttamente gli Stati Uniti, ma di rendere troppo costoso e rischioso qualsiasi tentativo di interdizione.
Un ammiraglio in pensione lo ha spiegato con una metafora efficace: “Non stanno bussando alla porta dell’impero, stanno semplicemente passando per la strada pubblica con una scorta armata. E nessuno può fermarli senza iniziare una rissa mondiale”.
Un messaggio che va oltre il petrolio
L’episodio non riguarda solo il greggio. È un segnale destinato a durare, perché mostra che le rotte energetiche possono essere protette anche fuori dall’ombrello americano. Un precedente pericoloso per chi, per anni, ha basato il proprio potere globale sul controllo dei mari.
In sintesi, lo Stretto di Hormuz è diventato ciò che Berlino fu nel 1948: non ancora il luogo di uno scontro aperto, ma il termometro di un ordine mondiale che sta cambiando. E questa volta, il cambiamento naviga scortato da navi russe e cinesi, sotto gli occhi di un’America che, per la prima volta, non comanda da sola.
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